venerdì 30 gennaio 2015

First picture of you




















Queste sono le mie prime foto, i miei primi due scatti.

C’avevo questa macchinetta fotografica che quando qualcuno la vedeva mi diceva: “ma che l’hai trovata dentro un sacchetto di patatine?” 
No, rispondevo, era dentro la calza della befana. Ridevano, ma era vero, me l’aveva regalata la Befana dei Vigili Urbani. Perché esistevano la Befana dell’INAIL, quella dei Ferrovieri, quella del Pignone: le befane dei lavoratori. La Befana dei Vigili era riconoscibile perché volava contromano in via de’ Vanni.
Era una macchinetta nera tipo quelle che trovavi sulle bancarelle dei souvenir, quelle con dentro le diapositive dei grandi monumenti, quelle che quando le producevano stavano delle settimane a discutere se mettere Ponte di Rialto o Piazza San Marco, San Pietro o Fontana di Trevi, Palazzo della Signoria o Ponte Vecchio.
Aveva un pulsante per lo scatto e un selettore con un sole, una nuvola ed una luna,  una luna appena più piccola in modo da scongiurare un'eclissi fortuita. Non c’erano altre impostazioni. Nessun altra variabile.

Per fare una fotografia a fuoco ci voleva il polso da lottatore, venivano quasi tutte mosse. Bastava che uno del palazzo di fronte starnutisse, un randagio che abbaiava e se il gatto di quello che starnutiva si metteva a  scodinzolare allora... 
Serviva  luce piena, Giove in Scorpione e un’altra serie di coincidenze astrostoricotemporali che non vi sto a spiegare, perché non c’era verso di crederci.

Stampate venivano fuori delle foto quadrate, tipo polaroid, come quelle che sono tornate di moda con Instagram.
C’era la pellicola e le pose erano multipli di 12 come le uova.
Le foto che vedete hanno più di quarant’anni, il soggetto vince sul fotografo. Non dico che possa essere sempre così, ma in questo caso l’incanto deriva proprio da questo. Un selfie delegato: “dai fammi così”.

Quelle persone sono cambiate e ve lo dico io che sono uno di quelli che non crede nell’invecchiamento, sono un ateo del declino, però ripescare quelle emozioni può fare l’effetto di una crema di ringiovanimento, un antiage meglio dell’acido iarucomesichiama. Si fa  una prova ?

Naturalmente non c’era nemmeno lo zoom, prima di scattare una foto contavo i passi,  avvicinarsi troppo era inevitabile

lunedì 1 dicembre 2014

Garrincha




Sentirsi come un allenatore che non ha azzeccato i cambi, ma avere ancora un'opportunità; la stessa che capita alle foglie prima di cadere. 
Giallo o Vento?
Ancora un cambio, ancora una scelta. Ti giri verso la panchina e urli: Garrincha, scaldati!
E che cazzo avevi lasciato Garrincha in panchina ! 
La tua panchina è piena di campioni morti troppo giovani.
Te la meriti questa giornata a reti bianche.

Serve per portare la malinconia ai supplementari. 

giovedì 6 novembre 2014

Le storie brevi non esistono



Dedicata ad A.

Non riuscirono a sedersi al centro, si misero di lato a scontrappesare tutto quell'equilibrio che c'era da prima.
La stagione andava girata sul lato invernale, ma fecero finta di niente. 
Si baciarono a lungo come una panchina dipinta di fresco.


venerdì 12 settembre 2014

Datemi una P!





Datemi una P !
Fanno così le cheerleader?

Datemi una P !
La P è una lettera rassicurante, è la lettera dei parcheggi, quella dei prigionieri che evadono nei film di guerra, quella di P. Ercole, la P come pesce sui muri di tutte le scuole elementari. P come piede può andare, ma non è lo stesso. Se la B è panciuta la P è più di testa, tecnicamente è consonante occlusiva bilabiale sorda, ma da pabbio a puzzoso passando per pace, petalo, precario, primavera, pungitopo, puerpera e putrefazione fa il giro completo di una vita.

Datemi una P!
Principiante, mi piace la parola principiante, è stimolante, è bello essere un principiante, meglio di dilettante, più sincero di iniziato, altro che matricola. Ci sarebbe anche vergine ma ve lo risparmio.
Da principiante ti puoi permettere errori che in seguito non ti verranno perdonati più, il principiante vive un’emozione piena, sincera. Perché da principianti non sappiamo apprezzarlo?

Datemi una P!
Voi la sapete guidare un’auto? Probabilmente sì, come me. La consuetudine dei gesti però è così marcata che all’inizio non sono riuscito a spiegarmi. Non riuscivo a separare i movimenti, non riuscivo a distinguerli, la ripetizione di quei gesti, il tocco sui pedali è diventata un’attività impersonale, tutto talmente automatico, robotico, che non mi riesce renderlo comprensibile ad un principiante. Non è l'istinto, non è colpa dell’inconscio, la verità è che sono sempre in difesa quando guido. Guido su una strada che potrebbe avere dei binari, dentro una nube di pensieri involontari, al minimo di giri, al minimo dei consumi, al minimo delle emozioni.
  
Datemi una P!
Non ho mai creduto all’esistenza dello spinterogeno, avevo ragione! Quando inizi a guidare è l’auto che ti comanda, la senti come un animale, è l’auto che si muove e in qualche maniera misteriosa tu riesci ad aggrapparti; guidi, ma la percepisci come una forza misteriosa. Tutto quello che ti hanno insegnato su frizione, cilindro, valvole, tubo di scarico non esiste. Il principiante quando apre il cofano di un auto vede un cuore, i muscoli.  Per un principiante le macchine hanno una faccia, i fanali accompagnano la forma degli occhi, alcune mascherine frontali somigliano ad una bocca. Capita che sorridano. Ai principianti piace dare un nome alle auto che guidano. Anche dopo.

Datemi una P!
Come li chiamano in inglese ? Absolute beginners?

Datemi una P!
Così siamo qui, in un piazzale sassoso, un posto dove anche la polvere c’ha un mestiere, un paio di extracomunitari che si specchiano sui cellulari ed un cane tutto solo che trascina il guinzaglio. Cerco  di togliermi dalla testa tutto il calcare che ha depositato l’abitudine. Cerco di dare un senso all’equilibrio che serve tra frizione e gas per partire, per partire servirà bilanciare queste due forze. Sarà uno strappo, uno stacco, uno sgancio o un tuffo? Questa cosa non si spiega, si sente e mica solo col piede, con la pancia, in quel punto della pancia che senti strizzare anche quando vai sull’altalena. Riepiloghiamo: piazzale, sassi polvere, cane che trascina il guinzaglio, specchietto, sedile, frizione, chiave, la prima è in alto, piede sinistro che prova a salire, piede destro che scende. Che fine hanno fatto gli stranieri col cellulare? La macchina caracolla sul piazzale, dalle ruote si alza una nuvoletta di polvere che nella savana certi bufali morirebbero di invidia, la nostra traiettoria disegna un cerchio perfetto, quasi giottesco sulla ghiaia. Babbo ma cos’è il gas? Accelleratore, scusa, acceleratore credo ci voglia una sola L. 
Giriamo felici anche in senso antiorario.

Datemi una P
Nessuno sa cosa ci fosse prima del Big Bang, di sicuro qualcosa o qualcuno con una P attaccata sul didietro. 

giovedì 7 agosto 2014

Ioallatuaetà



Le mie figlie sono più di me. Non potrebbe essere diverso. Sono la sommatoria imperfetta, casuale, di tanti DNA esauriti, mai scarichi,; una sintesi assoluta. La roba scadente è stata diluita: lo zio matto che correva nudo nei boschi, i due lontani cugini contrabbandieri, il bisnonno che faceva la magia nera sull'aia. Il materiale di seconda scelta è stato triturato dall'elica della vita. Sono più di me, più intelligenti, più intense, sensibili. 
Certo hanno qualche carenza rispetto a me, e quei limiti ci tengo a farli pesare. Certo che potrei allenarle per superarli, come si fa coi pugili: Emma stendi quel destro quando colpisci, Matilde alza la guardia, ma fa troppo Million Dollar Baby. 

Ioallatuaetà
Riuscissi a fare una capriola all'indietro ogni volta che l'ho detto a quest'ora sarei in tournèe col Cirque du Soleil. Ioallatuaetà andavo a scuola a piedi, Ioallatuaetà c'avevo tre fidanzate, Ioallatuaetà mi toccavo la fronte con la punta del piede. A volte mi vanto di cose assurde pur di segnare un punticino, accorciare lo svantaggio: ioallatuaetà mi sono bevuto una bottiglia di Petrus ! 
Ancora oggi mi ritrovo la bilirubina alta per colpa del Petrus. 
I figli ti mancano, ti cominciano a mancare appena nati, ti mancano quando partono, ti mancano quando cenano di fronte. Ti mancano quando ti mandano una foto appiccicate al fidanzato con le dita a fare la V. 
Ioallatuaetà ero invincibile a carte e fortunato in amore. 
Ti mancano quando ti parlano e quando non lo fanno, sono effervescenti, effervescenti curativi come l'aspirina, si sciolgono lentamente, ti sciolgono con nulla. 
Ioalltuaetà ero un sacco di effetti collaterali.
Ioallatuaetà ero già andato via di casa, chissà se mi scapperà pure questa quando il vantaggio sarà incolmabile.

Le mie figlie sono più di me, ma capisco che non posso generalizzare, magari qualche genitore è riuscito a tenersi un po' di vantaggio. Ne conosco alcuni che vanno forte davvero, sono come quei ciclisti che aspettano le salite, perché si sa che i figli sono imbattibili a cronometro. Banale? Sì, colpa del gergo ciclistico.
Ma è davvero colpa nostra se tutto è diventato una prova contro il tempo?
Ioallatuaetà avevo un orologio subacqueo che perdeva un secondo ogni tre giorni. Devo averli messi da qualche parte.
Ioallatuaetà i pomeriggi duravano quasi un giorno intero. 

Mi ricordo di aver preso cose da mio padre che volevo passare alle mie figlie, roba tosta, quasi due guerre e storiestoriestorie. Ho scoperto di non essere in grado, mi mancano le capacità, ci proverò fino a sfinirle, poi magari si accontentano di quel mobile del '700 a forma di otto rovesciato. 
Ioallatuetà non funzionava così. 
Dovrò imparare a ragionare col futuro, ma senza modernità, a messaggiare sentimenti, andare oltre l'analogico, superare anche il digitale, perché le mie figlie son fatte così. Imparare a stargli dietro con l'impressione di guidare. Non rimarrà che tenersi stretto tutto quello che non si può attualizzare, non ci si può fare il PDF, quello che sarà impossibile zippare. Era per questo che il povero zio B. correva nudo nei boschi, non riusciva ad accettarla questa cosa.

Ioallatuaetà era già tutto chiaro. 
E mi sbagliavo 



continua 





giovedì 31 luglio 2014

Tango azulejo



Il nostro stile si chiama azulejo”, mattonella, è nato insieme all’Almagro, quello che è universalmente riconosciuto come lo stile più famoso, il classico: il nostro maestro lo chiama tango “enfemera”, ballo nutrice, originario. Col suo spagnolo è complicato azzeccare i sinonimi quindi non so veramente cosa intenda dire. D'ora in poi sbaglierò tutte le traduzioni.

Si inizia con una Baldosa disegnando un quadrato lungo la pista, ma non è una vera Baldosa, perché è la donna che inizia col piede destro, poi esegue: passo indietro, di lato, avanti, avanti, di lato, insieme. Prima di procedere insieme si fa una pausa, una specie di surplace, come i ciclisti su pista. Si aspetta qualche battuta. Si passa da una posizione di abbraccio ad una aperta. Ci si guarda negli occhi. Il maestro non ci ha mai detto quanto aspettare prima di riprendere, l’importante è fijar el alma, trovare l’anima. L’anima della tua compagna? La tua? Nemmeno questo è chiaro. La mia traduzione potrebbe non essere quella giusta. Intanto ci fermiamo, ci guardiamo dopo aver concluso il nostro quadrato.

L’unica cosa che ho capito dopo tutte queste lezioni è che l’anima potrebbe non essere perfettamente quadrata. Le tue azioni, le conseguenze, le tue vite passate, la tua vita presente non possono essere un quadrato perfetto. Se lo diventano vuol dire che hai sbagliato qualcosa, girare in cerchio è più facile, è pure consentito dalla segnaletica a terra.
L’anima stessa spigola verso la superficie come un pesce, è porosa di lato per poterci attaccare un’altra anima ma si accontenta di uno scoglio sbattuto dalle onde se è necessario. Se reggi il vento può stare al posto di una bandiera, ma la bandiera non deve avere il colore bianco. Mi spiego meglio, non dovrebbe contenere quel tono di bianco che si usa per arrendersi. Un lenzuolo strappato invece può andare bene, specie se ci hai fatto sesso di recente.

Dopo la Baldosa si può scegliere se fare un giro o una molinetta, ma deve essere una sequenza circolare e sarà l’uomo a scegliere. Nel tango non esistono coreografie fisse, non ci sono schemi da ripetere quindi puoi giocare con la difesa a tre, con quattro difensori, ma puoi anche togliere il portiere come si fa nell’hockey, non esiste il fuorigioco, ma c’è la linea dei tre punti. Non c’è un tango uguale a un altro, non c’è un’anima uguale, non c’è un corpo.

Il cerchio rinforza il quadrato, ci entra dentro e lo riempie. Il resto può aspettare.
Cadenza, sacada, ancora cadenza. Col tango i limiti si allargano, la pista riflette il cielo, ogni azulejo è una tessera di domino per giocarti l’universo. Ricordati che può creare dipendenza patologica sennò che universo saresti? 
Prendi un passaggio da un asteroide di passaggio che non si spacci per stella cadente. Faccia l’asteroide e basta, un’orbita basta.

Una volta terminata la musica gli bacio la punta del mento perché è lì il centro di controllo e sviluppo di intesa karmico. Approfitto del mezzo vuoto del bicchiere per respirare il suo profumo e mi bevo d’un fiato il mezzo pieno frizzante.
Le sue bollicine mi serviranno per risalire. 



venerdì 25 luglio 2014

Compagno Zuko



Massimo era comunista, ma un comunista vero: tessera con appena quattro cifre, casa del POPOLO (tutto maiuscolo) e distribuzione dell'Unità tutte le domeniche mattina. Marx l'aveva letto in tedesco, le opere di Lenin gli piegavano pericolosamente lo scaffale sopra il letto, Gramsci lo chiamava Antonio come fosse un vicino d'ombrellone e di Lukács citava brani a memoria anche a tavola. Prolegomeni all'ontologia dell'essere sociale era il suo ammazzacaffè. Compagni tutti gli amici, anche Compagni maiuscolo.

Massimo però aveva il suo punto debole: era andato nove sabati di seguito al cinema (e in prima visione!) a vedere Grease.  La prima volta c'era andato con gli amici e aveva commentato con disgusto. Roba borghese, l'immagine sottomessa della donna, il consumismo forsennato, il ritmo imperialistico dell'America anni 50 che voleva subdolamente conquistare il mondo. Nemmeno l'officina di Zuko riusciva ad impressionarlo, in fondo rimaneva un conservatore piccolo borghese. Ma la settimana dopo gli era toccato tornare con la fidanzata, nella sala si era ritrovato a cantare a bocca chiusa, per penitenza durante l'intervallo era corso in bagno a cantare l'Internazionale.  
La terza volta invece si era alzato sulle poltroncina ad urlare :
...
Tell me more, tell me more, did you get very far?
Tell me more, tell me more, like, does he have a car?

La volta successiva si ricordava già tutte le canzoni a memoria. La sesta volta chiamò Sandy la ragazza che l'aveva accompagnato. Per le visioni successive si era comprato un giubbotto di pelle al mercatino americano di Livorno. Si vestiva in cantina per non farsi vedere dai compagni della casa del Popolo. Aveva tre copie in videocassetta, due per la visione ed una per collezione, quando uscì il DVD ne comprò tre, quando uscì in Blu Ray lo vidi piangere. Massimo aveva ascoltato così tante volte quelle canzoni che gli MP3 avevano chiari segni di usura.

Massimo lavora in una grande cooperativa, di quelle storiche, di quelle rosserosse.
Ad un certo punto hanno cominciato ad assumere i lavoratori a tempo determinato. Scioperi, occupazione, proteste, il sindacato che batteva i tamburi dietro i cancelli. Poi sono arrivati i lavoratori stagionali e subito dopo i lavoratori a progetto (che progetto gli racconti a quelli che devono scaricare le cassete di frutta) e alla fine gli interinali assunti solo il Sabato pomeriggio e la Domenica.
...
Tell me more, tell me more, was it love at first sight?
Tell me more, tell me more, did she put up a fight?

Sono rimasti pochi di lavoratori veri nel magazzino, quelli a contratto indeterminato. Bella parola indeterminato, ci costruisci il futuro con la parola indeterminato. Non per tutti.
I suoi dirigenti hanno cominciato ad acquisire cooperative immobiliari a costruire sui vecchi terreni comprati vent'anni prima.
C'è qualcuno che si è fatto eleggere nel consiglio comunale, i più ganzi stanno nelle assicurazioni e nelle finanziarie. Il parcheggio si è riempito di Smart e Audi
...
Tell me more, tell me more, that you don't got her preg
Tell me more, tell me more, cause he sounds like a drag

Massimo è andato al cinema con la sua nuova donna a vedere Hairspray e ha visto  John Travolta ingrassato e travestito da casalinga. E' troppo facile dire che i compagni ora son diventati tutti così, dice Massimo agli amici. E' tutto più complicato, la dialettica è cambiata, il mondo è cambiato. In parte l'abbiamo cambiato pure noi, c'è sempre da lottare ragazzi  anche se lo scaffale sopra il letto ha un nomignolo svedese e non si piega più. Ce l'hai la prima edizione de Il significato attuale di realismo critico ? Dev'essere in ripostiglio
...
Tell me more, tell me more